Feb 20

Dollar's rollCarissimi lettori, sedetevi comodi e prendete la calcolatrice (od aprite un foglio di calcolo): oggi facciamo un po’ di conti.

E’ di stamane, infatti, la notizia che la CNIPA (Centro nazionale per l’informatica nella pubblica amministrazione) ha indetto uno studio per capire se l’open source puo’ essere una soluzione adottabile dalla PA e, soprattutto, se tale adozione potrebbe garantire un risparmio reale per le casse dello Stato.

Ed ecco che qui interveniamo noi. In Italia ci sono circa 3 milioni e 200.000 dipendenti pubblici. Tralasciando gli insegnanti (poco piu’ di 60.000) e coloro che non siedono davanti ad un PC per adempiere al proprio dovere (facciamo 140.000), rimangono 3 milioni tondi tondi di dipendenti che necessitano del computer per lavorare.

Arrotondiamo per eccesso ed ipotizziamo che i dipendenti il cui lavoro consiste in videoscrittura (documenti, normative, studio e progettazione, …) e/o analisi (fogli di calcolo) siano “soltanto” 1 milione e 500.000 (anche se, personalmente, sono convinto che si tratti della maggior parte dei 3 milioni iniziali!).

Bene, dicevo, 1 milione e 500.000 impiegati che svolgono il loro lavoro grazie alla suite per uffici di Microsoft. Il filantropo Bill Gates e’ diventato tale non di certo per il buon cuore con cui rilascia i propri applicativi, anzi: una licenza (versione aggiornamento) Office 2007 Base Educational costa, infatti, 140,00 EURO.

Procediamo con i conti della serva? Bene, facciamo che, giustamente, a fronte dell’acquisto di 1 milione e 500.000 licenze, la Microsoft abbia fatto un po’ di sconto allo Stato Italiano. Diciamo, sempre per eccesso (per non dire: per assurdo!), il 90%. Ovvero: 126,00 EURO. Sconto che porta il costo di ogni singola licenza MS Office a 14,00 EURO.

Ed ora passiamo alla fase finale: 14,00 EURO x 1.500.000 = 21 milioni di euro, centesimo piu’ centesimo meno! :-O

40 miliardi delle vecchi lire (ogni 2-3 anni!) :-O

Soldi che, passando ad Open Office, verrebbero risparmiati in toto.

Certo, si tratterebbe di formare 1.500.000 dipendenti ad utilizzare gli stessi bottoni, le stesse funzioni, gli stessi comandi, gli stessi layout, le stesse opzioni, le stesse librerie, …

Forse sono giunto a conclusioni affrettate, forse e’ necessario fare una costosa ed impegnativa analisi conoscitiva per vedere se l’open source e’ in grado di far risparmiare le finanze pubbliche :(

Nov 07

Poker virtualeDue notizie di stamane illustrano alla perfezione (purtroppo!) qual’e’ la “politica internet” perseguita dai Governi nostrani.

La prima notizia riguarda una stima sui “netcitizens” americani, stima secondo la quale il 79% degli adulti (ovvero 4 persone su 5) si collega quotidianamente ad internet per godere dei servizi offerti dal web.

Secondo lo stesso studio, nel Bel Paese la percentuale dei netcitizens scende drasticamente al 48%, ovvero al livello in cui si trovavano gli Stati Uniti 8 anni fa!

La seconda notizia (a mio avviso ancor piu’ preoccupante della precedente) riguarda il via libera ai “giochi d’abilita’ virtuali” che possono prevedere vincite in denaro. Per farla breve una sorta di video-poker da giocare standosene comodamente in panciolle sfruttando la connessione di casa.

Senza soffermaci sui problemi economico-psichici che tali giochi introducono nella societa’ (e, soprattutto, senza soffermarci sul fatto che con il via libera a tali giochi e’, di fatto, lo Stato ad introdurre tali problemi), proviamo a mettere in relazione tra loro le due notizie.

Cosa se ne deduce? Che, come sempre, quando si tratta di prendere (il 3% delle giocate) lo Stato Italiano e’ ben propenso a contribuire alla rivoluzione digitale. Quando si tratta di dare (annullare il digital divide, operare affinche’ le tariffe degli abbonamenti ADSL siano in linea con quelle degli altri Stati Europei, favorire la diffusione di hot-spot wifi, eccetera) il braccio dello Stato diventa immediatamente ed improvvisamente corto.

Ed in base alla stima della Harris Interactive (ancora una volta purtroppo!) i risultati di questa politica si vedono.

Oct 19

Il LeviatanoTi svegli la mattina, accendi la radio, ascolti un po’ di musica. Ti vien da sorridere a come la distribuzione dei contenuti audio stia evolvendo nell’era di internet e, pensando alla milanese downloaders.it, ti senti un po’ orgoglioso d’essere italiano.

Poi accendi il computer e, mentre fai colazione, leggi le notizie dei principali siti d’informazione IT: Rutelli si scaglia contro italia.it arrivando a dichiarare che, forse, e’ giunto il momento di chiudere il portalone del turismo; il bando per il wi-max viene (giustamente!) bloccato dal ricorso d’una societa’ (la MGM Production Group Srl) che non ci sta ai in Italia normali giochi di potere che assegnano le frequenze di questa tecnologia ai “soliti noti” ed infine, ciliegina sulla torta, scopri che l’attuale Governo, forse in preda ad un colpo di sole, in agosto ha presentato una proposta che, se dovesse diventare legge, costringera’ tutte ma proprio tutte le attivita’ web a registrarsi al “Registro degli operatori di Comunicazione” = burocrazia, procedure, SPESE!

Siamo alle solite: per un piccolo passo in avanti fatto nel settore IT (passo fatto, naturalmente, dalle PMI), assistiamo inermi a passi da gigante fatti dai nostri politici in direzione opposta.

Anche l’uscita di Rutelli, che potrebbe a prima vista apparire positiva, e’ in realta’ una presa per i fondelli bella e buona: dopo decine di miliardi spesi (come?!?) per lo sviluppo di italia.it, dopo aver chiuso la porta in faccia agli addetti ai lavori che chiedevano lumi sulla vicenda, dopo fiumi di parole (ed, insisto, di denaro pubblico) spese sull’argomento, cosa decide di fare il Governo? Di chiudere il portalone del turismo.

Geniale!

Nel corso degli anni i nostri politici ci hanno, purtroppo, fatto assistere alla nascita di decine, centinaia, migliaia di opere pubbliche, rimaste poi incomplete (od inutilizzate) ed ora in totale abbandono.

Ma i tempi sono cambiati: benvenuti nell’era del web, che se per gli altri stati significa futuro, progresso, sviluppo, nell’italietta vuol semplicemente dire un nuovo pozzo senza fondo per i (NOSTRI!) soldi pubblici.

Oct 17

Monoscopio RAIVe lo ricordate? Ne sono passati di anni dal monoscopio RAI.

Eppure, leggendo le notizie di stamane, si ha la netta sensazione (per non dire la certezza!) che, da allora, la TV italiana sia rimasta ferma al palo.

Certo, sono nate le emittenti private, ma dal punto di vista tecnico e, soprattutto, dal punto di vista “scenari futuri” siamo fermi nei confronti degli altri Paesi.

La BCC, notizia di stamane, ha sottoscritto un accordo per trasmettere gratuitamente il proprio palinsesto attraverso gli hot-spot wifi dell’azienda The Cloud.

In questo modo “gli utenti potranno guardare un episodio della serie preferita sorseggiando un caffè o, se non è il momento, scaricarlo e vederlo più tardi“.

Utenti che, ricordiamo, a differenza dell’Italia possono collegarsi agli hot-spot gratuiti senza tanti problemi.

E nel Bel Paese?

Il Governo, pardon, “i Governi” investono milioni di fondi pubblici in una tecnologia nata morta: il digitale terrestre. Una tecnologia i cui primi esperimenti sono cosi’ soddisfacenti da costringere due delle principali emittenti della Valle d’Aosta, regione pilota insieme alla Sardegna per la sperimentazione, a tornare all’analogico!

Well done Italia! :(

Oct 16

Logo italia.it

Oggi e’ un brutto giorno per la democrazia: l’ennesimo tentativo di scandaloitaliano di fare luce sulla questione italia.it e’ fallito miseramente, data la risposta negativa della Commissione per l’accesso ai documenti amministrativi presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Per chi non avesse seguito le vicende del “portalone del turismo”, fortemente voluto dal precedente Governo (e fortemente lodato da quello attuale) per far conoscere le bellezze della Penisola al di la’ dei confini nazionali, riassumo brevemente.

L’idea del portale del turismo e’ del 2004 quando, per promuovere l’Italia in ambito turistico, vennero stanziati 45 milioni di euro. Di questi circa 10 (poco meno di 20 miliardi delle vecchie lire!) vennero utilizzati per lo sviluppo del portale in questione. Sviluppo che, a detta di molti webmaster, sarebbe dovuto costare (a voler esagerare!) alcune decine di migliaia di euro.

Di fronte a questo scandalo in molti non si sono limitati a brontolare (diffuso passatempo nazionale) ma, come appunto i gestori di scandaloitaliano, si sono attivati per cercare di far chiarezza su come i soldi pubblici di cui sopra sono stati spesi, con tanto di petizione online firmata anche dal sottoscritto.

Risultato? Non ci e’ dato sapere. Soldi nostri, versati con il regolare pagamento delle tante imposte, vengono utilizzati “in un qualche modo” ed il cittadino non ha il diritto di sapere (la prima immagine che mi viene in mente e’ quella di un muro di gomma, ma questa e’ un’altra storia).

Paga e taci!

Questa si’ che e’ democrazia. Se poi la paragoniamo alla monarchia inglese dove, da alcuni anni, la Corona ha il dovere di pubblicare via web il rendiconto annuo delle spese sostenute (ndr che ammontano alla meta’ delle spese dei nostri Governi), ci rendiamo di quanto siamo indietro: non soltanto a livello informatico, ma anche a livello di civilta’.

Sep 05

PecLa Pec (Posta Elettronica Certificata) era un progetto molto interessante per l’italia.

Primo: perche’ dotando la maggior parte degli utenti di posta elettronica certificata si sarebbe potuto ovviare all’invio di tante raccomandate o lettere via posta, con notevole risparmio di costi per le aziende ed i privati.

Secondo: perche’ al tempo stesso, se la cosa si fosse diffusa a macchia d’olio, si sarebbe potuto anche cercare una via interessante antispam.

Ma come funziona la Pec? Presto detto. Due server che ottengono la certificazione da un’ente terzo, possono, tramite degli algoritmi particolari, ottenere la certificazione dell’invio vicendevole della mail, con tanto di ricevuta di ritorno autenticata e dal valore giridico.

Dove sta’ allora l’inghippo?

Beh, in pratica coloro i quali possono certificare un servizio di Pec sono solo 10-12 aziende in italia: avete letto bene!

Per poter fornire il servizio bisogna, cita la legge, essere in possesso di requisiti tecnici ed amministrativi particolari.
Ok per i requisiti tecnici richiesti, cioe’ la capacita’ comprovata di saper installare e manutenere il servizio; ma l’obbligatorieta’ per una societa’ di avere un capitale sociale interamente versato di 1 milione di euro, sembra la solita regoletta fatta apposta per gli amici degli amici.

Risultato, la Pec e’ interessante ma molti dicono: no, grazie! ed inoltre il legislatore si e’ beccato pure la scomunica dell’Assoprovider (l’associazione nazionale provider internet).

Voi che ne dite?

Jul 25

La CNN riporta che l’Unione Europea ha approvato la distribuzione di 120 milioni di euro a societa’ private (colossi del calibro di SAP e Siemens) per lo sviluppo del “motore di ricerca di nuova generazione in grado di riconoscere il significato delle parole anche in base al contesto in cui sono inserite” (progetto Theseus).

Partendo dal presupposto che la concorrenza e’ sempre utile in quanto a giovarne e’ l’utente finale, la domanda che sorge spontanea e’: “Perche’ distribuire soldi pubblici ad aziende private?“.

Google, il motore di ricerca per eccellenza cui il progetto Theseus cerca di togliere lo scettro, e’ decollato grazie all’investimento di 100.000 $ da parte di un privato cittadino; cui sono seguiti 25 milioni di dollari da parte di due Societa’ di Joint Venture: ancora fondi privati.

E nel Vecchio Continente? Non soltanto i fondi sono pubblici, ma sono addirittura sei volte tanto quelli ricevuti dai fondatori della Google inc.

Rodney's Search Widget plugged in.